«Osare: ecco la grande parola!». La “Marcia su Roma” vista da Italo Balbo

Il breve scritto che segue, apparso per la prima volta nel 1934 nella raccolta La Marcia su Roma, curata da Asvero Gravelli e pubblicata da Nuova Europa Editrice (Roma, pp. 19-21), rappresenta il “resoconto militante” che Italo Balbo fece della «rivoluzionaria» Marcia su Roma. La Redazione di Ardire ha tuttavia optato per una sua nuova pubblicazione integrale, al fine di rendere disponibile a studiosi e ricercatori, ma anche a semplici curiosi, un documento pressoché fondamentale per comprendere nel profondo lo spirito del fascismo delle origini.


Quantunque la situazione politica dell’Italia e la maturità dello spirito pubblico rendessero necessario accelerare l’azione, le difficoltà pratiche della Marcia su Roma furono ardue ed io non mi soffermerò a raccontare ancora una volta le note vicende.

Dal giorno in cui fu decisa dal Duce la conquista piena, integrale e assoluta del potere, ciascuno di noi ebbe il suo compito e cercò di assolverlo nel modo migliore.

Debbo dire per conto mio che quei mesi lontani mi appaiono in uno sfondo romantico di giovinezza ardente e fantasiosa, nella quale la vita e la morte prendevano aspetti di straordinaria leggiadria cavalleresca, senza rimpianti.

Si bruciavano le tappe; si confinava l’impossibile nel mondo degli assurdi; si creava la vita ora per ora, giorno per giorno, punteggiandola di canti, consumandola in pieno, inebriandoci alla sua perenne novità, alla freschezza inesorabile delle sue scoperte, alla potenza dinamica del suo corso.

Non vi erano soluzioni di continuità tra l’ideale e l’azione: la realtà si piegava docile al nostro comando, e avevamo l’impressione di plasmare con le nostre mani non soltanto le forme esteriori, ma lo spirito stesso del popolo italiano.

Quando un pugno di uomini riusciva nel giro di pochi mesi a trascinare, dietro la fiamma nera dei gagliardetti, innumerevoli masse di popolo, nel momento in cui tra il singolo e la moltitudine si stabiliva la comunione perfetta della passione e della speranza e il passato nostro di guerra, con tutte le ombre invisibili dei suoi morti e l’orrore sublime dei suoi sacrifici, riviveva nell’anelito eroico del presente e si proiettava imperiosamente nel futuro, era facile giudicare la morte come un prolungamento della vita, o questa come una premessa e una giustificazione di quella: il pericolo non serviva che a creare il clima eroico e arricchirlo di potenza, di suggestione, di mistico orgoglio e di messianica volontà di vittoria.

Era possibile, in questa atmosfera di fiamma, lasciarci vincere dalle difficoltà o preoccuparsi per l’eventualità di una sconfitta? Non era possibile. Quando, passata la bufera, alcuni strateghi dell’opposizione giudicarono vile la resa a discrezione di Facta perché le forze combinate dell’esercito, dei carabinieri e delle guardie regie avrebbero potuto tentare con il piombo l’arresto delle nostre colonne marcianti alla volta di Roma, dimostrarono ben poca comprensione della natura della lotta che era impegnata: essi non tenevano conto del numero e dei coefficienti materiali e trascuravano soprattutto gli elementi morali della rivolta sulla quale le armi e gli armati non potevano avere che una presa relativa. Non si poteva resistere alla pressione materiale e spirituale del fascismo, che sarebbe stato pronto davanti a qualsiasi difficoltà a non lasciarsi fiaccare e a riprendere la battaglia in forme diverse, giocando tutto per tutto, pur di conquistare la vittoria.

Non mancarono le prove della straordinaria duttilità dello spirito fascista durante i giorni della battaglia. Vi sono particolari che il pubblico ignora ancora nella loro esattezza, ma che dimostrano come il Comando militare della Rivoluzione sapesse fronteggiare le più impreviste eventualità. Cito un esempio. Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre giunse a Perugia, dove aveva sede il Quadrumvirato, la notizia che, invece di attendere l’ora convenuta, alcuni Fasci della Toscana avevano anticipato l’azione rivoluzionaria. Questo sembra oggi un episodio da nulla. Allora si rischiava di compromettere l’esito di tutta la lotta, gettando l’allarme nel campo nemico e molta confusione nei reparti delle altre regioni. Invece, anche l’eccesso di passione degli impazienti camerati toscani giovò in fondo a rendere edotti i capi delle disposizioni avversarie. Io stesso mi recai di persona in una notte da Perugia a Firenze e non solo riuscii a prendere rapido e sicuro contatto con le nostre squadre così da ristabilire in pieno l’unità dell’azione rivoluzionaria, ma potei lungo il viaggio rendermi conto della possibilità di infrangere, con la sola forza della nostra fede e del nostro coraggio, le misure adottate dall’imbelle Governo di Roma per soffocare l’irresistibile movimento nelle maglie poliziesche e militari dello stato d’assedio. Al mio viaggio notturno dall’Umbria alla Toscana e viceversa, in un’automobile lanciata a fantastica velocità, nessun sbarramento prefettizio o militare aveva potuto opporsi… Perché, se uno dei quadrumviri, quasi solo, era passato, non avrebbero dovuto passare le squadre di Camicie Nere?

La nostra superiorità morale, che ci lanciava allo sbaraglio senza un attimo di esitazione e ci rendeva onnipresenti, con una prontezza fulminea di decisione, era ben più importante anche di un’eventuale superiorità numerica che l’avversario non possedeva. Quale generale o ministro di Facta osò, dopo la nostra occupazione di Perugia, venire nella città della Rivoluzione per sorprendere i nostri piani di battaglia e servirsene quale elemento di vittoria contro di noi? Noi lo facemmo, invece, a dispetto di tutti i picchetti armati e dei cavalli di frisia adunati sui ponti e ai crocicchi della Capitale. Io stesso potei in quel periodo entrare a Roma (un’altra notte di passione e di febbre) e uscirne con preziose informazioni alla volta del nostro Quartier Generale.

Solo chi ha vissuto direttamente e personalmente quell’ora decisiva della nostra storia può comprenderne la fatale ineluttabilità.

Sono fermamente persuaso che i popoli abbiano, come gli individui, un momento, fatale e unico, nel quale la volontà, la fede, il coraggio, decidono di tutto il loro destino. È il romantico periodo di trapasso dall’ideale alla realtà, dalla promessa al fatto, dalla speranza all’azione. Osare: ecco la grande parola che scioglie l’intero enigma della vita. Mussolini agì. Se non lo avesse fatto, il movimento fascista avrebbe perpetuato per decenni la guerriglia civile e non è escluso che altre forze, che militavano come le nostre al di fuori della legge dello Stato, ma con finalità anarchiche e distruttive, avrebbe finito per giovarsi della neutralità o dell’impotenza statale, per compiere più tardi il gesto della rivolta da noi tentato nell’ottobre del ’22. In ogni modo, è certo che senza la Marcia su Roma, cioè senza la soluzione rivoluzionaria, il nostro movimento sarebbe andato incontro a quelle fatali crisi di stanchezza, di tendenze e di indisciplina che erano state la tomba dei vecchi partiti. Noi non volevamo essere un partito nel vecchio senso della parola, e non l’eravamo. Noi eravamo l’Italia della guerra e della vittoria. Mussolini interpretò e guidò la nostra passione verso il suo sbocco fatale.

Oggi che l’avvenimento si allontana nel tempo e la nuova èra si realizza sotto i nostri occhi, anche senza approfondire la cronaca della Marcia e svelare tendenze e stati d’animo dei quali, come di tutti i fatti decisivi della vita di un popolo, si occuperà a distanza di anni la critica storia, è dolce riandare con la memoria a quei mesi, a quei giorni, a quelle ore lontane che già hanno il fascino della leggenda. Esse sono l’inesorabile riserva di forza morale della vita che alterna le ore liete alle tristi, nella battaglia che non ha sosta. Possano tutti gli italiani che hanno vissuto, palpitato, sperato, lottato in quell’alba della rinascita, sentirsi sempre degni del destino che balenò come una promessa sicura davanti alla loro appassionata giovinezza.


Di Italo Balbo

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