Da musica criminale a musica per teenagers borghesi. Perché il rap NON può considerarsi vera musica

Malgrado il rap sia il genere musicale più ascoltato dai giovani di tutto l’Occidente, sono ancora in molti a non considerarlo “vera musica”.

«Che gusto c’è nel fare quella roba, visto che non è musica?», si è chiesto, ad esempio, Lemmy Kilmister, leader e fondatore dei Motörhead, durante un’intervista all’Atlantic City Weekly. «Non trovo niente di creativo nel rappare su una base musicale che qualcun altro ha creato. […] Ma io questa non la chiamo musica. Dovrebbero tirare fuori dei suoni propri, anche cose minime, ma non sono in grado di farlo. È triste…».

Per cimentarsi nel rap, infatti, non serve conoscere la musica, andare a lezioni di canto o possedere un talento o una capacità particolare. Chiunque può farlo! E se chiunque può farlo, la mediocrità diventa legge!

Non è un caso, infatti, che il rap – con tutti i suoi postulati e le sue prerogative – sia nato in ambienti legati alla malavita e alla delinquenza, dove il talento artistico è generalmente assente. A tal proposito, il musicista Walter Muto, in un interessante articolo dal titolo Il Rap: musica, non musica, contraddizioni e comunicazione, ha dichiarato:

È la fine degli anni ’70 quando nei quartieri degradati e ad alto tasso criminale di New York City (in particolare il Bronx) le gang che si fronteggiavano in maniera violenta cominciano a sostituire lo scontro fisico con quello verbale. È così che – per la verità riprendendo quello che un secolo prima veniva chiamato Talkin’ Blues – il rap emette il suo primo – per così dire – vagito. Per le strade si organizzano delle sorte di party dove i DJ propongono musica da ballo (principalmente Rhythm’n’blues, ma un po’ di tutto) creando un tappeto sonoro che farà da lì a breve da base per un verso ritmato da scandire sopra, raccontando pezzi di storia di quartiere o insultando i membri della gang avversa, o a volte anche la polizia.

Ecco perché è possibile parlare di origini criminali del rap. In principio, come spiega Muto, erano infatti i militi delle gang a scrivere testi in rima per offendere o “colpire” membri di gang rivali. Le rime, spesso in slang “di strada” e incentrate sulla cultura “underground” afroamericana legata al crimine, avevano cominciato – in un certo senso – a sostituire i proiettili, in un “vortice verbale” degno dei migliori gangsters.

A conferma di ciò, Vincenzo Carraturo, dell’Università Luigi Bocconi di Milano, ha infatti dichiarato che, contrariamente a quanto si possa pensare oggi, alcuni generi musicali, come appunto il rap, sono da sempre «vicini al mondo criminale, spesso esaltandone pericolosamente le “virtù” ed i personaggi».

Ma sorge spontaneo chiedersi: se il rap nasce in seno alle gang malavitose afroamericane del Bronx, come è riuscito, in pochi anni, a varcare i confini a stelle e strisce e ad affermarsi in Europa e nel mondo, fra i giovani di tutte le classi sociali?

La risposta non è univoca. L’espansione del rap, infatti, è stata favorita da vari elementi, tra cui – primo su tutti – la mancanza di valori intellettuali, spirituali e religiosi dell’Occidente. Il rap, non a caso, ha trovato terreno fertile soprattutto in quei paesi occidentali che, sotto influenza capitalistico-americana, hanno da tempo smarrito ogni senso del sacro e abbracciato l’individualismo più estremo. Qui, il rap e la sua mentalità “di strada” hanno colmato un “vuoto valoriale” enorme, divenendo espressione del disagio e del malcontento giovanile.

Ma c’è da dire una cosa: la fuoriuscita del rap dalle proprie frontiere nazionali (anni ’90) e il suo recente sviluppo a livello globale (anni 2000) hanno comportato una vera e propria mutazione del suo codice genetico. Se in origine, infatti, il rap era lo specchio della criminalità afroamericana di New York, oggi è divenuto invece patrimonio di tutti i giovani occidentali borghesi, che, sempre più tronfi, annoiati e viziati, si rivolgono al rap per colmare – come già detto – quel “vuoto di valori” che la società capitalistico-industriale non riesce ancora a riempire.

Giovani e giovanissimi – senza più punti di riferimento, né principi – si scoprono così affascinati dal rap, in quanto esso, facendo appello agli istinti più bassi e infimi dell’uomo, va a placare in loro – almeno in parte – quel sentimento di insoddisfazione e inappagamento tipico della società consumistica occidentale, oggi fortemente in crisi. Ed ecco che il rap, da “musica criminale” dei bassifondi di New York, è divenuto nel tempo “musica di massa” per teenagers di tutto l’Occidente!

In sostanza, esso si è adattato ai mali e alle problematiche dei diversi paesi occidentali, senza però perdere quelle peculiarità archetipiche di base che, fin dalle origini, l’hanno contraddistinto, come la tendenza al crimine e, soprattutto, la mentalità “di strada”. Motivo per cui oggi i rapper – divenuti vere e proprie star dei social network e di Youtube – riflettono l’ambiente che li circonda; essi si sentono “contro il sistema”, quando invece sono loro stessi a rappresentare quel sistema – così tanto osteggiato – che li ha prodotti.

Sia chiaro: anche in alcuni paesi non occidentali esiste il rap, ma non ha certamente la diffusione e l’eco mediatico che ha in Occidente, dove i giovani sono lasciati a sè stessi, in balia di influencer poco raccomandabili e star del rap che bestemmiano, inneggiano al terrorismo e all’uso di droga, oltre a mostrare oscenità e mancanza di rispetto per la donne. In Russia (e nei paesi dell’Est), ad esempio, sono attivi diversi rapper, ma la loro “musica” – se possiamo definirla tale – coinvolge soltanto una ristretta nicchia di giovani, spesso disadattati ed emarginati. Pertanto, solo una minoranza di loro ha avuto successo commerciale.

Ma probabilmente è stata la Cina – che sempre critichiamo e disprezziamo a causa di uno stupido pregiudizio ideologico – il paese che, più di ogni altro, ha tentato di limitare – con buoni risultati – il fenomeno del rap . Nel 2018, infatti, la “State Administration of Press, Publication, Radio, Film and Television”, ossia il ramo del Consiglio di Stato incaricato di amministrare i vari canali mediatici, ha richiesto «specificamente che i programmi (tv e online) non siano caratterizzati da attori con tatuaggi, cultura hip hop, sottoculture e culture decadenti».

Di conseguenza, il capo del Dipartimento della Propaganda ha annunciato di aver adottato la regola dei “quattro no“, oggi divenuta molto popolare in Cina: 1) non usare artisti non allineati con il partito e la cui moralità non è nobile; 2) non usare artisti volgari, osceni e senza gusto; 3) non usare artisti senza classe o il cui livello ideologico è basso; 4) non usare artisti con alle spalle macchie, scandali e problemi di integrità morale.

Ma v’è di più. Già nel 2015, il Ministero della Cultura cinese aveva messo al bando 120 canzoni – per lo più tracce rap – con l’accusa – pienamente legittima – di «promuovere oscenità, violenza, atti criminali e minacciare la moralità pubblica», mentre lo scorso luglio era stato il giovane Justin Bieber, alla vigilia della sua tournée in Asia, a vedersi chiudere le porte a causa di «una serie di cattivi comportamenti, sia nella sua vita sociale che durante una precedente esibizione in Cina».

Ma se tutto ciò fosse stato predetto? Se il rap fosse soltanto una delle tante progenie del ’68?

In pochi sanno che il 20 marzo 1969, alla Pittsburgh Pediatric Society (Stati Uniti), si tenne una riunione segreta riguardante i cambiamenti che avrebbe dovuto portare il cambio di paradigma culturale cominciato pochi anni prima con la nascita dell’ideologia sessantottista. Uno dei partecipanti, il dott. Lawrence Dunegan, rimasto molto colpito, ma anche turbato, dai contenuti di quell’incontro, pubblicò qualche anno dopo Il Nuovo Ordine dei Barbari, un lungo documento audio – inciso su due nastri nel 1988 – contenente il resoconto integrale della conferenza e alcune riflessioni dell’autore. In esso, oltre alla predizione di vari fenomeni socio-culturali (come l’accettazione dell’omosessualità, l’azzeramento delle differenze fra i sessi e la diffusione dell’uso di droga), l’autore accennò anche al «peggioramento» della musica:

Per quanto riguarda la musica, [l’oratore della conferenza] fece una considerazione lapidaria di questo genere: «La musica peggiorerà». Nel 1969 la musica rock stava iniziando a diventare sgradevole. Il fatto che l’oratore si espresse in termini di “peggioramento” mi lasciò intuire che ne fosse consapevole. «I testi si riempiranno di riferimenti sessualmente espliciti, e i balli lenti e la musica romantica saranno considerati reperti d’antiquariato». Tutta la musica “vintage” sarebbe stata programmata da specifiche emittenti radiofoniche, così da tenere le persone più adulte lontane dalle stazioni rivolte ai giovani, e viceversa. Insomma, generazioni differenti avrebbero dovuto avvicinarsi a specifici canali e stazioni radio rivolte al loro target anagrafico. I giovani avrebbero finito per definire «spazzatura» l’intrattenimento degli anziani, e questi ultimi avrebbero definito «spazzatura» l’intrattenimento dei giovani. I giovani avrebbero abbracciato la spazzatura, in quanto li avrebbe identificati come generazione “nuova” e avrebbe rimarcato la loro emancipazione dalle generazioni precedenti. […] La musica – aveva proseguito l’oratore – «veicolerà continuamente messaggi nell’immaginario dei giovani, ma loro non se ne accorgeranno».

Dunque, la nascita del rap era già stata scritta? Difficile dirlo con certezza, anche se i sospetti persistono, scavando solchi sempre più profondi. E mentre il rap continua ad impregnare le classifiche musicali d’Italia e d’Europa, evolvendosi (o degenerando?) in nuovi stili grotteschi e kafkiani (come il trap), il rapper Maurizio Pisciottu detto “Salmo” – in un raptus di rara lucidità – ha ammesso: «Non abbiamo un’identità, non siamo originali, copiamo gli americani». Come dargli torto?!


Di Javier André Ziosi

6 commenti

  • Bel articolo dulla storia della musica notizie inapugnabili …e anche interessante la storia del jazz and Blues dei negri Americani schiavizzati nelle piantagioni di cotone..e non e razzismo e storia della musica !! Bravo..

  • Grande scritto, complimenti 😉 Dovrebbero leggerlo tutti i cosiddetti teenagers che vengono influenzati dal rap, il quale è tutto tranne musica. I grandi musicisti come Wagner o Beethoven si rivoltando nella tomba pensando al rap 😉 ;;) Ma il problema non è tanto il rap, ma la gente che lo ascolta. In una società sana e civile un genere come il rap sarebbe relegato ai margini, ed invece…

  • Finalmente un articolo che dice la verità. Complimentissimi…

  • Ponch Ascoli88

    Complimenti e complimenti. Prezioso testo di rari contenuti. Quando prenderemo coscienza del problema del rap? Vi seguo sempre.

  • Il rap ha consegnato la gioventù odierna nella più completa criminalità sociale. Il rap non ha dato nessun punto di riferimento, se non quello di distruggere le generazioni ultime. Tutto questo è stato attuato dagli avidi criminali delle case discografiche che si sono servite di giovani disorientati senza scopi od obiettivi nella vita. Insomma, un Olocausto giovanile…

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