Quando la musica classica diventa «razzista». La nuova trovata del politicamente corretto

«Con il MeToo, Da Ponte e Mozart finirebbero in galera. Definiscono Bach, Beethoven, Schubert “musica colonialista”: come si fa? Schubert poi era una persona dolcissima. […] C’è un movimento secondo cui, nel preparare una stagione musicale, dovrebbe esserci un equilibrio tra uomini, donne, colori di pelle diversi, transgender… Lo trovo molto strano».

Parlava così un paio di mesi fa Riccardo Muti al Corriere della Sera. Ma di strano ormai non c’è più niente. Muti ne sa qualcosa, visto che la sua Filarmonica di Vienna è stata da poco travolta dalle accuse di un musicista secondo cui mancherebbe di «diversità». Il trombettista Ibrahim Maalouf ha accusato la Filarmonica di «scarsa diversità etnica». Gli ha risposto la violinista di fama internazionale Zhang Zhang, che dalle pagine del Figaro ha invitato a «lasciare fuori l’arte dalle squallide manovre politiche».

La parola magica: «diversità». Le grandi orchestre sinfoniche stanno assumendo già nuovi “ufficiali della diversità” (che fanno tanto commissari sovietici). Il woke, il “risveglio” americano su razza e gender, sta travolgendo anche la musica classica.

«Non voglio essere una ruota nell’ingranaggio del razzismo istituzionalizzato». Con queste parole il soprano Tamara Wilson si è rifiutata di tingersi il volto di nero per interpretare il ruolo della principessa etiope Aida fatta schiava in una spedizione militare dagli Egizi nella rappresentazione dell’opera di Giuseppe Verdi all’arena di Verona. Poi è stata la volta del Maggio fiorentino, con il finale cambiato della Carmen di Bizet, che non cade vittima di don José come prevede il libretto originale, ma si ribella e gli spara, in omaggio al MeToo. Al Macerata Opera Festival, in occasione dei 150 anni della prima al Cairo nel 1871 dell’opera di Verdi, Aida è stata appena reinterpretata come la «lotta contro il colonialismo occidentale». E non poteva mancare a Trapani un Moro perfettamente bianco per l’Otello di Verdi. 

Quando Alexander Neef ha assunto la direzione dell’Opera di Parigi ha subito annunciato la scomparsa di «certe opere» volute da Rudolf Nureyev. Neef fa i nomi, da Il lago dei cigni allo Schiaccianoci. «Alcune opere scompariranno senza dubbio dal repertorio», ha detto Neef. Troppo «bianche».

Al Compagnietheater di Amsterdam è andata in scena una versione “ripulita” del Flauto magico di Mozart, dopo che la regista Lotte de Beer l’ha accusato di «razzismo e misoginia». Racconta il quotidiano tedesco Die Welt che «nel Flauto magico Mozart ha creato un Moro malizioso al servizio della malvagia Regina della Notte che canta: “E devo evitare l’amore perché un uomo di colore è brutto”. Nelle nuove produzioni politicamente corrette a Salisburgo, la frase viene cambiata in “perché un servitore è brutto”».

La risposta migliore è arrivata dal musicologo Kees Vlaardingerbroek: «Dovremo ogni dieci o vent’anni adattare l’opera d’arte a ciò che in quel dato momento è politicamente corretto? Che taluni argomenti e idee non debbano trovar posto in un’opera d’arte è un concetto errato. Qualcuno l’ha già detto: la grande arte respira il soffio, e sì, anche le nostre emozioni più oscure. E un’arte riservata ai cittadini modello sarebbe una misera arte. Per meglio dire: kitsch».

Il Gran Teatre del Liceu di Barcellona ha riscritto il Viaggio a Reims di Rossini, sostituendo la parola “croce” con “amore”, per non «offendere l’Islam». Teorie che escono dalle università prima di devastare gli spartiti.

La musica classica è «colonialista» secondo i professori di Oxford, che vorrebbero riformare i corsi per concentrarsi meno sulla «cultura europea bianca», ha rivelato il Telegraph. Gli accademici stanno “decostruendo” l’offerta musicale dopo aver subito pressioni per “decolonizzare” il curriculum in seguito al Black Lives Matter. Troppo Mozart, troppa «musica europea bianca del periodo degli schiavi».

E c’è chi vuole fare a meno di Beethoven. Per i musicologi Nate Sloan e Charlie Harding, che lavorano con la New York Philharmonic, la Quinta Sinfonia è una controfigura di tutto ciò che a loro non piace della musica classica e della cultura occidentale. Per quanto li riguarda, è ora di ridimensionare Ludwig van Beethoven, perché «rafforza il dominio dei maschi bianchi e sopprime le voci delle donne, dei neri e della comunità LGBTQ».

E così, Le petit nègre e Children’s corner di Claude Debussy (“Claudio di Francia”, l’aveva soprannominato Gabriele d’Annunzio) sono stati banditi in una grande scuola di musica americana, la Special Music School del Kaufman Music Center: «Questi due brani non sono più accettabili nel nostro attuale panorama culturale e artistico. Vogliamo rendere la nostra scuola un luogo in cui tutti i nostri studenti si sentano supportati ed entrambe le opere hanno sfumature razziste».

Sfumature razziste?! Musica che parla di una bambola che danza al ritmo di una ballata di schiavi. Assieme a Mahler, Mendelssohn e Schoenberg, Debussy era stato bandito dai nazisti perché la moglie era ebrea. Oggi viene bandito dal “razzialmente corretto“.

Così, la British Library vuole eliminare il busto di Beethoven, simbolo della «supremazia della civiltà occidentale». E c’è persino qualche cretino che propone, per combattere il razzismo, di smettere di chiamare i grandi compositori col loro nome completo.

Il Journal of Schenkerian Studies è stato a lungo diretto da Timothy Jackson, un professore di Teoria musicale all’Università del North Texas. La vicenda, racconta il New York Times, inizia quando Philip Ewell, professore afroamericano di Teoria musicale, parla alla Society for Music Theory di Columbus, Ohio. Ewell descrive la Teoria musicale come «dominata dai bianchi e malata di razzismo». Sostiene che Heinrich Schenker, grande compositore morto in Austria nel 1935, era un «razzista virulento». Ewell aveva già scritto che Beethoven «è stato sostenuto dalla whiteness e dalla mascolinità per duecento anni». I membri della società – bianchi per il 94% – rispondono con una standing ovation all’attacco di Ewell. Jackson non la prende bene. Nipote di migranti ebrei che ha perso molti parenti durante l’Olocausto, Jackson ha una passione speciale: cercare le opere perdute di compositori ebrei perseguitati dai nazisti. Schenker, risponde Jackson, non era un «bianco privilegiato», ma un ebreo nella Germania prebellica e poi in quella nazista. I nazisti distrussero gran parte del suo lavoro e sua moglie morì nel lager di Theresienstadt. Jackson è stato rimosso dalla direzione del Journal of Schenkerian Studies. Così va oggi (anche) nel mondo della musica classica.

Il blackface, la pratica di tingere il volto dei cantanti lirici per interpretare personaggi di colore, sta ovviamente scomparendo, da quando il Metropolitan Opera di New York è finito nel mirino degli attivisti antirazzisti per una produzione di Aida. Il soprano russo Anna Netrebko ha interpretato la principessa etiope con il viso e il corpo truccati per rendere la sua pelle più scura ed è stata tacciata di razzismo da Black Lives Matter. Nessuno osa riprovarci.

«La campagna contro la musica classica merita di essere esaminata in dettaglio, poiché rivela la logica che è stata rivolta contro quasi ogni aspetto della cultura occidentale nell’ultimo anno», scrive Heather Mac Donald, del Manhattan Institute, in un lungo saggio appena apparso sul City Journal. La crociata è iniziata pochi giorni dopo la morte di George Floyd. La League of American Orchestra ha rilasciato una dichiarazione in cui confessava di aver «tollerato e perpetuato per decenni la discriminazione sistemica contro i neri». L’Opera di Seattle ha annunciato che avrebbe fatto «ammenda». Il presidente della Los Angeles Opera, Christopher Koelsch, ha chiesto scusa: «Vengo da voi oggi come leader maschio bianco di questa istituzione». Il presidente della Juilliard School, Damian Woetzel, ha scritto ai colleghi che «è giunto il momento che la “bianchezza” della teoria musicale venga esaminata, criticata e risolta». E ora ci sono anche università della Ivy League, come la Brown University, che offrono corsi su «musica classica e colonialismo».

Il famoso critico del New Yorker, Alex Ross, si è scusato per essere un «americano bianco» e ha castigato il «razzismo» del Flauto magico di Mozart. Il grande critico del New York Times, Anthony Tommasini, ha esortato ad affrontare lo «spaventoso squilibrio razziale» nei ranghi musicali. Attualmente, le identità dei musicisti sono nascoste da uno schermo durante la maggior parte, se non tutte, le fasi di un’audizione, per prevenire favoritismi o pregiudizi (un processo noto come “audizione alla cieca”). Ma il “daltonismo” è ora considerato discriminatorio, poiché favorisce il merito rispetto alla razza.

Anthony McGill, primo clarinetto della New York Philharmonic, ha proposto che il 15% del budget di un’organizzazione musicale sia destinato ad «affrontare il razzismo sistemico». Un critico del Washington Post ha affermato che il razzismo sistemico «corre come un marciume attraverso le strutture della musica classica». Vox ha spiegato che la Quinta Sinfonia di Beethoven è un simbolo della «superiorità» del maschio bianco. Garrett McQueen, annunciatore di musica classica per le radio americane, ha dichiarato a una tavola rotonda del Composers Forum: «Sei complice del razzismo ogni volta che ascolti il Messiah di Handel». Simon Woods, capo della League of American Orchestra, si è scusato per la sua «bianchezza».

Interpellato dal City Journal, il grande Zubin Mehta ha detto: «Nessuno mi ha mai detto che non puoi ingaggiare qualcuno perché è nero». Fino all’agosto 2020, Dona Vaughn è stata la direttrice artistica dell’opera alla Manhattan School of Music. La sua esperienza includeva il canto, la recitazione e la regia a Broadway. Stava insegnando una lezione di drammaturgia lirica agli studenti delle scuole superiori tramite Zoom. Un partecipante le ha chiesto, di punto in bianco, come poteva giustificare l’operetta «razzista» di Franz Lehár, Il paese del sorriso. Vaughn lo ha interrotto per aver sollevato una questione «irrilevante» per la discussione in corso. Una petizione della Manhattan School of Music è stata immediatamente lanciata: «Vaughn deve essere licenziata perché è un pericolo per la comunità artistica», tuonava. Vaughn è stata licenziata davvero e sostituita da un maschio nero.

Conclude Mac Donald sul City Journal: «Nella logica del momento attuale, qualsiasi tradizione che esca dall’Europa è razzista, perché i suoi autori saranno stati in stragrande maggioranza bianchi. Solo la civiltà occidentale è sotto attacco per la sua tradizionale omogeneità razziale. L’avvelenamento della musica classica è abbastanza straziante. Ma a meno che più persone non reagiscano contro la guerra razziale e difendano la nostra eredità, cancelleremo sia un paese e sia una cultura».

Il compianto critico culturale George Steiner una volta scrisse: «Nella sala Coolidge della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti sono appesi i migliori violini e violoncelli Stradivari sulla terra. Pendono lucenti, ogni millimetro restaurato, analizzato, registrato. Stanno al sicuro dal vandalismo delle Brigate Rosse, dall’avarizia o cinica indifferenza di una Cremona morente. Una volta all’anno vengono tirati fuori dalle loro custodie e prestati per l’esecuzione a un eminente quartetto. Haydn, Mozart, Beethoven, Bartok riempiono la stanza. Gli americani vengono a guardarli con orgoglio; gli europei sono pieni di invidia o gratitudine».

Oggi dobbiamo proteggere l’eredità di Haydn, Mozart, Beethoven, Bartok e Mozart dal vandalismo politicamente corretto.


Di Giulio Meotti (da: Il Foglio)

2 commenti

  • Davvero agghiacciante! Dopo la cancellazione di Shakespeare, ora il politicamente corretto si scaglia pure contro la musica classica! Vergogna! Nessuno invece mette in discussione il rap che diffonde l’abuso di droga, la delinquenza e la cultura di strada. Per non parlare della nuova musica “trap”, che ostenta contenuti più espliciti del rap, suscitando fascino soprattutto fra le nuove generazioni sballate, viziate e degenerate.. Quindi solo una radicale presa di coscienza, seguita da una profonda rinascita spirituale, potrà salvare l’Occidente e l’Europa dall’imminente distruzione culturale, morale, intellettuale, ideologica ed economica. Soltanto una decisa svolta a destra, supportata dalla fede in Cristo, potrà salvare la tradizione dal politicamente corretto e dalla cancel culture. Sveglia!

    • Condivido ogni tua parola.. La società del domani, ahimè, sarà tremendamente grottesca e sopratutto masochista 😉

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