Weltanschauung. I valori spirituali della Germania nazionalsocialista. Di Werner Eicke

Dopo il successo del breve saggio La nostra Weltanschauung. Appunti di un giovane hitleriano di Heinz Kraemer, la redazione di Ardire ha scelto di pubblicare anche Weltanschauung. I valori spirituali della Germania nazionalsocialista di Werner Eicke, un prezioso scritto risalente al 1937 (Dottrina fascista, n. 9) che mostra quel lato spirituale e metafisico della Germania di Hitler molto spesso ignorato o addirittura distorto dalla moderna storiografia accademica. Buona lettura!

Quando noi, oggi, parliamo degli indirizzi del pensiero contemporaneo in Europa, escludiamo subito tutto quello che si riferisce all’ideologia bolscevica, negazione brutale di ogni pensiero europeo e di ogni cultura umana; e consideriamo come il nocciolo della vera e unica “mistica” europea quella che vogliamo chiamare l’interferenza o l’interdipendenza di due elementi o, meglio, di due valori: cioè del valore latino e di quello germanico, e delle loro manifestazioni più dirette e immediate, che sono il genio italiano, da un lato, e quello tedesco, dall’altro, essendo queste le due espressioni più vere e autentiche, l’uno della latinità, l’altro del germanesimo. L’Europa, come la vediamo noi, e come esiste realmente e storicamente, non è né esclusivamente una concezione germanica, né esclusivamente una concezione latina; essa è una concezione che si può chiamare dialettica, cioè una sintesi strutturale e ideale – strutturale perché deriva dal comune ceppo razzistico ariano, mediterraneo, nordico, europeo, e ideale perché si è realizzata e concretizzata nel corso della storia di questo nostro Occidente.

Questa sintesi si è venuta a determinare nel linguaggio politico odierno come l’Asse Roma-Berlino, che non vuol essere e non è solamente uno strumento diplomatico delle relazioni politiche ed economiche fra i nostri due paesi, ma vuol essere ed è una realtà e, più precisamente, il contenuto spirituale e politico dell’Europa futura.

Individuare, di questa realtà e di questo contenuto, il lato tedesco, è il compito di questo mio scritto.

Lo spirito delle due concezioni, fascista e nazionalsocialista, è uguale e, con esso, lo scopo verso cui esse tendono. Ciò che è differente è il loro contenuto dottrinale e il processo di sistematizzazione – e, qui, occorre precisare che “dottrina” non vuol dire “dottrinarismo”, né “sistema” vuol dire “schema di marca intellettualistica”.

La vera Europa, quella che noi abbiamo chiamato “dialettica”, da quali valori ha preso la propria vitalità e il proprio slancio? Li ha presi dalla sua profonda coscienza della comune origine e dalla sua grande tradizione, una manifestazione che si è manifestata attraverso la storia dell’Impero romano, del Medioevo romano-germanico, del Rinascimento umanistico e riformatore e di quel secolo filosofico per eccellenza che è stato l’Ottocento e che oggi si manifesta in questo clima nazionalsocialista e fascista, che è e sarà il clima del nostro grande secolo.

Perciò – e qui entriamo nel vivo del nostro discorso – individuando la compagine spirituale e morale della nuova Germania hitleriana, ci proponiamo di procedere punto per punto.


Popolo, Nazione, Stato, Razza

Noi riconosciamo – ed è questo il primo punto della mia esposizione – come base e valore supremo della nostra mentalità nazionalistica, della nostra realtà politica e sociale, il popolo; non il popolo inteso nel senso del liberalismo e del marxismo, nel senso, cioè, di massa o di classe, ma nel senso di unità di sangue, nel senso, dunque, della comune origine razzistica. Tale comunità o unità presuppone non soltanto il medesimo principio biologico per questo popolo (secondo noi importantissimo per ogni cultura umana e per ogni sviluppo della civiltà occidentale); essa garantisce anche e soprattutto una perfetta armonia e una profonda uguaglianza di visioni spirituali e morali e di sentimenti.

Questa unità, intesa come realtà biologica e spirituale, costituisce la Nazione.

La Nazione, per noi, non è un concetto astratto o più o meno giuridico, ma è la realizzazione, il contenuto ideale e concreto del popolo.

E lo Stato, infine, cos’è?

Lo Stato, in questa concezione, è l’espressione organizzata e formale del contenuto nazionale. Ed è sempre ed esclusivamente lo Stato che risponde alla Nazione. Lo Stato concepisce e abbraccia solo gli elementi di comune origine nazionale. Esso è quindi omogeneo e non imperiale, nel senso che esso non potrebbe mai conciliare gli elementi eterogenei di altri popoli e di altre nazioni. Esso è – come noi diciamo – völkisch, poiché si rivolge al popolo, al Volk. E la politica che si adatta a questo Stato (inteso nel senso sopradetto) è una völkische politik, una politica che, per suo oggetto immediato, ha il popolo cosciente della propria razza; e, ora, il Popolo cosciente della propria razza è quello che, nella nostra terminologia, si dice Volkstum.

Da tutto questo risulta chiaramente che noi dobbiamo essere contro gli elementi estranei all’unità del nostro popolo. Uno Stato esige, anzi, postula una Nazione, e questa Nazione, per noi, è il popolo tedesco, cosciente della sua origine, che è ariana, nordica, europea.

Popolo, Nazione e Stato è il triplice periodo del processo genetico della nostra realtà spirituale, politica e sociale. Il popolo ne è il presupposto, la base e la conditio sine qua non, lo Stato è l’organizzazione di questo presupposto e la Nazione è il legamento di tutt’e due.

Come la Nazione è l’espressione politica del popolo, la concezione del mondo, la Weltanschauung, come noi diciamo, ne è l’espressione ideale. La Weltanschauung è il legame fra il popolo, inteso come unità psicofisica, e lo Stato, inteso come unità politico-sociale. Essa è, in fin dei conti, una categoria politica e morale e una categoria spirituale. La Weltanschauung è il centro vitale di tutte le manifestazioni del nostro paese, di quelle strettamente spirituali e intellettuali e di quelle strettamente politiche e sociali. Essa scaturiscono da questo centro e, in esso, hanno la loro ragione d’essere e verso di esso convergono come verso la loro destinazione ultima e definitiva. La Weltanschauung trae tutta la sua forza dall’origine nazionale del popolo; essa dà l’impulso alla vita politica del paese, il vero senso alla vita interiore e religiosa della comunità popolare, ed è l’unica e valevole tendenza all’attività spirituale, artistica e scientifica della Nazione.


La Weltanschauung

Viene quindi chiarita la nostra opposizione netta e categorica all’esistenza delle torri d’avorio, così nella politica e nella vita privata, come nelle manifestazioni spirituali e scientifiche. Quello che lega tutti gli elementi sopradetti è, per noi, questa Weltanschauung, intesa nella sua completezza politica e spirituale come nuovo stile di vita. La religione ha un regno proprio, che è quello dell’Essere assoluto e indipendente dalle contingenze effimere di questa terra, ma essa non può mai realizzarsi senza questa Weltanschauung o contro o fuori di essa. L’arte ha un suo dominio che è quello della ricerca della vera bellezza immortale ed eterna, ma essa è, come la religione, legata intimamente e necessariamente a questa nostra concezione; in questo senso, il suo ideale corrisponderà sempre ai tipi trovati nell’ambito di quel popolo da cui proviene. La scienza ha un campo strettamente riservato ai suoi compiti, che sono quelli dello studio oggettivo della realtà e della verità in sé e per sé, ma anch’essa avrà raggiunto il suo scopo solo se sarà cosciente del complesso spirituale e politico in cui è situata, che è quello della Weltanschauung come la interpretiamo e come la viviamo noi. Noi consideriamo i risultati che abbiamo raggiunto nel campo culturale come le espressioni più alte dell’essenza del popolo, ma essi non sono e non saranno i modelli, valevoli ed efficaci una volta per sempre e per tutti i popoli. Dipende da quel determinato tempo e da quel determinato popolo ciò che esso vuol credere e sapere e creare.

Questo non è un nuovo relativismo. Tutt’altro! Noi crediamo e siamo convinti che non ci possa essere vera cultura umana senza questo slancio verso i nuovi orizzonti. La tradizione da sola non basta. E non basta nemmeno quell’ideale di validità universale e umana, se esso non è integrato dai contributi dei singoli elementi che garantiscono – per la loro stessa struttura originale – la diversità nell’armonia. La diversità nell’armonia e lo slancio nella continuità costituiscono la vera civiltà nazionale e universale.

E qui veniamo al terzo punto della nostra esposizione, ossia al concetto di civiltà o, meglio, di cultura. Questo concetto – come noi tedeschi lo intendiamo – corrisponde perfettamente al contenuto politico, spirituale e morale del nostro popolo, e di esso soltanto. Perciò, il nostro concetto di cultura si trova ad essere una qualità particolare e non universale. Si rivolge a quel determinato popolo e non al mondo intero e all’umanità. Esso non si separa dalla sua origine, che non è una categoria storica e ideale, ma razzistica ed esistenziale; che non è un concetto di erudizione, ma di carattere; non un concetto di misura, ma di fede; non un concetto di urbanità, ma di originalità.

Un concetto che, accanto ai sacrosanti principi di unità, di infinito, di essere e di essenza, ridà un nuovo valore ai principi considerati spesso come inferiori ai primi, cioè ai principi di molteplicità, di finito, di divenire e di esistenza. Ora, per conoscere il vero significato di questo concetto di cultura che noi possediamo, conviene considerarlo nelle tre fasi più importanti della sua “esplicazione”, che sono:

1) la rivalorizzazione delle origini (germanicità);

2) l’idea dell’uomo politico;

3) l’immanenza e la trascendenza.


La germanicità

Che cosa dobbiamo intendere con questa rivalorizzazione delle origini? Essa vuol dire rinascita, vuol dire rivivere i principi della nostra esistenza e della nostra essenza come popolo cosciente delle sue fonti nazionali. Ricercando queste nostre origini, non procediamo certo in modo scientifico, alla maniera dello storico erudito e appassionato del documento autentico, ma cerchiamo invece le qualità vere e tipiche della nostra vita, cerchiamo, in altri termini, la germanicità così com’è, in sé e per sé: questa germanicità non sarà il nostro modello, ma il nostro ideale o, piuttosto, il nostro simbolo. In questo senso, la germanicità non è una qualità storica e ideale, ma una qualità razzistica ed esistenziale. La fede nella germanicità è il nuovo mito del nostro essere. E, da questo mito, creare un nuovo tipo di umanità sarà il compito primordiale e genuino del nostro secolo.


L’uomo politico

Ci troviamo ora alla seconda fase di quella che abbiamo definito l’esplicazione del concetto di cultura. Ci troviamo nell’idea dell’uomo politico, che si è sostituita definitivamente a quella vecchia, falsa e tramontata ideologia dell’uomo teoretico, prodotto caratteristico della borghesia demo-liberale e illuministica dell’Ottocento. Essa aveva creato il tipo dell’uomo contemplativo e oggettivo, che pensava di essere lui il rappresentante della cosiddetta “società” e degli strati “superiori”.

Qual è invece l’uomo politico? È il tipo dell’uomo dell’azione diretta e spontanea, dell’uomo pieno di entusiasmo, di realismo e di “tendenze partigiane”. Questa è la differenza fondamentale che separa i nostri due tipi d’uomo: mentre uno si adatta a tutte le situazioni, non si decide mai, crede – per la sua cultura raffinata – di potere e di dovere comprendere tutto e intendere il vero e ultimo significato della vita con la sua ratio e con l’autocoscienza pura, l’altro è legato invece ai suoi istinti, ai suoi interessi quotidiani, alle sue passioni e ai suoi impulsi soggettivi.

Mentre uno cerca il suo esemplare nel concetto astratto e aprioristico, l’altro trova il suo ideale nella fede; uno aspira alla sécurité, l’altro ha la certitudo nel suo semplice agire. L’agire non viene dopo la riflessione, non è una conseguenza del ragionare precedente; l’agire è sempre immediato, non contraffatto da nessun intermediario. Afferrare i dati, e non ponderarli. L’uomo politico è l’uomo della prontezza, della disposizione, dell’einsatz [missione].


Immanenza e trascendenza

Per concludere, ci preme ora sfiorare quel terzo punto, l’ultimo del binomio trascendenza e immanenza, espressione del sentimento religioso e metafisico dei nostri popoli. Quello schema è la formula rigida, teoretica e dottrinaria di una realtà: non è perciò la negazione dello schema, ma lo allarga e gli dà più grande verità e autenticità.

Nello schema sopradetto, l’uomo germanico sarebbe quello che trova la realtà assoluta unicamente in sè stesso, che vive la verità divina esclusivamente in sè, che tende a realizzare Dio nella sua anima, che crede di poter immedesimarsi con esso, e di crearlo. Il duomo gotico, in questo senso, sarebbe il simbolo della tensione mai appagata dell’uomo germanico, della sua volontà attiva di conquistare e di prendere d’assalto il cielo e di tenerlo. Per lui non rimarrebbe più nessun segreto. Invece, l’uomo latino sarebbe quello che crede in una Divinità che non può, né vuol comprendere, che gli è superiore, che egli non può e non vuole realizzare in sè, che accetta passivamente qual è, in un atto di sola fede, che lo trascende e lo supera. La Basilica di San Pietro sarebbe il simbolo di quest’uomo, che s’inchina davanti al sommo Segreto.

Da una parte – e siamo sempre nello schema descritto – la presunzione di aver Dio in sè, dall’altra la modestia di averlo solo come segreto. Fin qui, lo schema. Cosa dice, invece, la realtà? La realtà non è nient’altro che la sintesi conciliante dei due opposti. Il fascismo dice, la mistica agisce!

E come abbiamo esaminato la conciliazione necessaria di due elementi che si erano accostati nello schema, così essa è necessaria anche in quel che precede: non vi è popolo, senza la sua forma che è lo Stato; non vi è Stato, senza il suo contenuto che è il popolo (noi – sia detto in parentesi – conciliamo la germanicità, che è il contenuto popolare, con la prussianità, che è la sua forma statale). E non ci sarà mai lo spirito senza il suo presupposto, che è il sangue. Perciò, non può esserci vera cultura se essa non trascende i confini stretti della nazione e del tempo presente, riallacciandosi alla civiltà mondiale e alla tradizione storica. Forse questo è il motto del nostro tempo: la sintesi. Ma non come livellazione o negazione dei contrasti, ma piuttosto come rilievo e gerarchia.


Di Werner Eicke

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