«Un giorno diranno che sono un bastardo». Intervista a Gaston Besson, mercenario francese in Jugoslavia

Sconosciuta ai più, la vita del mercenario francese Gaston Besson è sicuramente degna di un film di Hollywood: a 16 anni è cercatore d’oro nella Guayana francese, a 18 si ritrova fra i guerriglieri Karen in Birmania e, divenuto adulto, combatterà in Suriname, nel Laos e in Cambogia, per ritrovarsi, negli anni ’90, in Jugoslavia, a combattere una guerra sanguinaria contro i serbi – una guerra che, ancora oggi, a quanto dice, non è riuscito a dimenticare. La presente intervista, del giornalista Jean-Paul Mari, vuole quindi approfondire l’operato di Besson durante il conflitto nella ex Jugoslavia (guerra di Croazia e guerra di Bosnia), mettendo a nudo il suo passato più oscuro e recondito, al fine di mostrare la verità così com’è, senza filtri o inutili moralismi borghesi. Buona lettura!


Come sei arrivato a fare la guerra in Jugoslavia?

– Sono andato in Croazia con la vaga idea di fare delle foto. Quando sono arrivato a Vinkovci, la città stava per cadere. C’era un’atmosfera da fine del mondo. E allo stesso tempo anche un immenso slancio nazionalista, una specie di folle lotta per la libertà; persone che non avevano mai combattuto andavano al fronte sapendo che sarebbero morte. Ho passato una settimana con loro in trincea. E poi, una notte, c’è stato un attacco: non ho potuto fare nessuna foto e così mi sono trovato con un Kalashnikov fra le mani.

E tu sapevi come usarlo?

– Si, avevo già combattuto. Avevo persino addestrato alcune reclute nel sud-est asiatico. La maggior parte dei croati non aveva formazione militare. Quello croato non era un esercito. La loro strategia era: «Dannazione, copertura!». Era un dannato bordello. Ma io volevo impegnarmi a fondo. Così mi sono ritrovato al comando del 6º Battaglione dell’HOS [Forze di Difesa Croate] a Vinkovci. Eravamo posizionati nelle cantine, uscivamo solo di notte, in una terra di nessuno, tra le linee serbe, per andare a “colpire” un carro armato o un mortaio. All’inizio ero con un ragazzo soprannominato “Chicago” [Tomislav Madi], un pazzo che aveva trascorso dodici anni negli Stati Uniti. Lui ci ha fatto fare qualsiasi cosa, come uscire dalle linee e attaccare il nemico a caso. Una follia! Io ho lasciato perdere. E ho cercato di addestrare gli uomini. Nel dicembre 1991, i combattimenti furono molto duri. Poi, con la tregua, l’HOS [accusato da Zagabria di star preparando un golpe] iniziò a ricevere meno armi. A fine marzo, è stato fatto esplodere il quartier generale dell’HOS a Zagabria: cinque morti, dodici feriti. Non abbiamo mai saputo il motivo. Era la fine dell’HOS… Io al fronte comandavo un gruppo di dodici uomini. Ed è finita molto male. L’intero gruppo è stato preso di mira durante un’operazione. Abbiamo attraversato le miniere. Io ho fatto saltare in aria un carro armato, ma gli altri si sono trovati faccia a faccia con il cambio della guardia. Sotto la luce dei razzi, tutti furono colpiti dal fuoco delle mitragliatrici, in mezzo alle mine che esplodevano: fu una carneficina. Ci furono due sopravvissuti. Era la fine della guerra in Croazia. Già molti croati bosniaci stavano tornando in Bosnia. Con due o tre mesi d’anticipo, tutti sapevano cosa sarebbe successo lì. Quindi stavano andando… Io sono tornato a Zagabria, e mi hanno inquadrato in un’unità speciale croata, i Berretti Verdi. Direzione: Erzegovina.

Da dove provenivano gli stranieri della tua unità?

– Ho comandato una sezione di trenta uomini. Tre quarti erano croati provenienti dagli Stati Uniti e dall’Australia, poi c’erano due franco-croati e solo tre veri stranieri: un olandese, un inglese e un ex legionario francese (un sergente maggiore che poi è diventato generale). Tutti parlavano francese alla radio. C’erano inoltre molti legionari, ex militari che erano stati attivi per otto o dieci anni. Era un misto di ex soldati e avventurieri idealisti. Vi erano anche molti inglesi ultra-conservatori che non riuscivano a smettere di urlarsi contro; vi erano francesi, tedeschi… Ho incontrato anche alcuni neonazisti. Quanti stranieri? Cinquecento in totale, di cui una sessantina in permanenza. Pochi giovani come me. Coloro che vanno a combattere hanno spesso una trentina d’anni. Quasi sempre c’è stato un dramma nella loro vita, un problema, un duro colpo, così decidono di giocare con la morte. Ma spesso hanno una vita e un lavoro altrove. Se non vengono feriti o uccisi, se ne vanno dopo due o tre mesi. Ricordo un britannico, metà spagnolo e metà inglese, con i capelli molto lunghi, un ex soldato che gestiva un bar nelle Filippine. Un giorno, un amico gli parlò di Vukovar. Ed entrambi sono partiti per Hong Kong, hanno preso il treno per Mosca e hanno attraversato tutta l’Europa fino in Jugoslavia. Alla fine è stato gravemente ferito. Aveva delle schegge intorno al cuore e i medici gli proibirono di muoversi. Si era unito a noi al fronte in Bosnia, ha combattuto per un po’, poi è scomparso verso la Spagna. Non l’ho mai più visto.

A quanto ammontava la tua paga?

– All’inizio della guerra, a 14.500 dinari [al mese], cioè 1.500 franchi. Ma poi, con la svalutazione della moneta croata, guadagnavo l’equivalente di 300 franchi. Non stavamo combattendo per i soldi. In Bosnia la paga era inesistente; c’erano però delle associazioni incaricate di distribuire i soldi che provenivano dai croati all’estero. Quando siamo andati a Zagabria dopo aver trascorso tre mesi al fronte, ci hanno dato 1.500 franchi, sufficienti per pagare un albergo decente e ubriacarci per dieci giorni, al fine di dimenticare tutto. Ho perso nove amici lì. Uno di loro si chiamava Pierre, ed era un avventuriero nell’anima, né troppo intelligente né troppo stupido, affascinato dalla storia delle guerre. Non so perché è venuto, forse voleva cercare l’avventura della sua vita, e l’ha trovata. Siamo stati circondati dai carri armati, e abbiamo trascorso due ore per riconquistare le nostre linee, con due morti e dodici feriti. François ha preso due pallottole alla coscia, e si è dissanguato in cinque minuti. Aveva ventisette anni. Lo adoravo. Questo avvenimento mi ha colpito duramente. Poi c’era Peter, un ex legionario, colpito alla testa a Livno. E Jean-Louis, ex membro dell’esercito francese, ucciso nel dicembre 1991. Infine, John, morto lentamente in due settimane. Non sapeva nemmeno perché era lì…

– Perché così tante perdite? Gli stranieri sono stati mandati nelle zone più pericolose?

– No. Ci andavamo di nostra volontà. Eravamo lì per “fare qualcosa”: non fare la guardia. Partire o restare… Dipendeva solo da noi. Dopo lo sterminio del mio gruppo a Vinkovci, volevo ritrovare in Bosnia i croato-bosniaci che avevano combattuto con noi. Questo è tutto. Bastava un incontro con un amico su un binario della stazione, una sbornia, un treno che passa… E tutti i nostri piani cambiavano. Non è necessario cercare il razionale…

– Sapevi almeno perchè stavi combattendo?

– All’inizio si. Combattevamo per idealismo, per difendere un paese attaccato. Eravamo uno contro dieci… Per resistere, era necessario tenere i villaggi: noi non avevamo intenzione di ritirarci. E poi, gradualmente, siamo cambiati. Esistevano solo compagni. E guerra per guerra. Durante i combattimenti non c’era nemmeno marijuana, né anfetamine. E a me non piacciono certo i francobolli. Sono abbastanza nervoso così. Ma non appena abbiamo lasciato il fronte, siamo diventati degli alcolizzati. A Zagabria eravamo ubriachi ventiquattr’ore su ventiquattro.

– Per dimenticare che eri diventato una bestia feroce?

– La ferocia?! Si, per dimenticare la mia e quella degli altri. Ogni volta che si torna dal fronte, ci si rende conto di non essere più la persona di prima. Quindi beviamo. Beviamo per dimenticare la paura di morire. Per dimenticare i civili… Noi abbiamo sempre evitato di colpirli. Quando i croati hanno voluto raccontarci le loro storie di massacri e stupri, siamo scappati via, non volevamo sentire, non volevamo sapere. Io non ho visto massacri di civili, ho visto solo tombe davanti alle case. Ho visto cadaveri senza occhi e senza orecchie: ciò era la quotidianità. Soprattutto dopo i combattimenti, c’era sempre gente che di nascosto veniva a schernire i cadaveri.

Volontari francesi nell’HOS (Croazia, 1991)

– Hai assistito a torture?

– Percosse, si. Ma nessuna tortura. Ci tenevamo ai nostri uomini. Sai, i serbi non sono peggio dei croati. La differenza è la negligenza, l’impunità totale di cui godono i soldati. Certo, vi furono stupri ed esecuzioni sommarie tra i croati, ma solo durante i combattimenti e mai sotto gli occhi degli ufficiali. A Zéric, a nord di Tuzla, all’inizio della guerra il villaggio serbo era circondato dai croati. C’era una bella strada asfaltata che evitava ore di cammino su per la montagna. Per percorrerla, avevamo raggiunto un accordo con la popolazione serba. Non avevamo avuto nessun problema, fino al giorno in cui era arrivato l’esercito serbo. Gli abitanti del villaggio si sono svegliati e hanno massacrato tre o quattro famiglie croate che vivevano lì. Millo, un amico tedesco-croato, è stato preso mentre guidava una jeep. L’abbiamo trovato con le mani inchiodate alla porta di una stalla. Sono stati poi gli altri prigionieri a raccontarci i dettagli: percosse con bastoni, bruciature di sigarette sul corpo, metodo del “cavallo con maniglie”… Millo fu torturato nella piazza del paese, davanti agli ufficiali. Questi individui non avevano timore di torturare le persone. Che sensazione di totale impunità! Quando abbiamo trovato Millo, le sue mani sanguinavano. Era stato inchiodato vivo.

– Ora parli dei serbi… Eppure anche tu, che sei un ufficiale disciplinato, hai giustiziato dei prigionieri.

– Si, solo una volta. A Zéric, durante i combattimenti…

In che modo?

– È difficile parlarne. Abbiamo dovuto riprendere Zéric, la sua strada asfaltata. Per una volta, avevamo ricevuto un carro armato e alcuni mortai. Ho dovuto approfittarne. Così abbiamo attaccato il villaggio: di casa in casa, macchia dopo macchia, i serbi che indossano le nostre stesse divise, il villaggio che cade, fatica e tensione… Un classico. Alla radio, avevo sentito che avevamo catturato due miliziani armati. Così mi sono diretto da loro. Era il mio ruolo di ufficiale. Dall’atmosfera che si era creata, capii subito che i due ragazzi non ne sarebbero usciti vivi. Se li avessi mandati nelle retrovie, sarebbero stati colpiti dietro al primo cespuglio. E io avrei dovuto punire i miei ragazzi. Bisogna tenersi stretti i propri uomini. Errori e debolezze vengono sempre pagati in combattimento. Presi io la decisione. Stava a me farlo. Sul posto, sta a te [in quanto comandante] decidere la vita o la morte delle persone. All’epoca tutto ciò era logico.

– Li hai fatti sdraiare a terra e gli hai sparato alla testa. Giusto?

– Si. In ogni caso, sarebbero morti. Quindi rimandarli indietro sarebbe stato vile da parte mia. Un giorno forse la gente dirà che sono un bastardo…

O, più semplicemente, un assassino… Se un giorno ci fosse un tribunale per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia, tu potresti essere seduto sul banco degli imputati.

– Allora dovremmo far sedere anche tutti i serbi, tutti i croati, i tedeschi della Seconda guerra mondiale e tutti gli altri!

Gaston Besson

Hai assistito ad altre esecuzioni sommarie?

– Si, durante i combattimenti. Parecchie volte. Cosa credi, che lasciamo che le persone escano, in silenzio, lanciando le loro pistole, con le braccia in aria? Questo lo vedi solo nelle serie TV.

E i feriti?

– Vengono fucilati. Su entrambi i lati. Non ci sono stati molti prigionieri durante i combattimenti. Poi dopo è diverso… Quando l’adrenalina è finita, un’ora o due dopo, se un uomo usciva da un fienile o da una cantina, potevamo offrirgli una sigaretta o un caffè. Ricordo ancora uno dei pochi villaggi serbi che avevamo preso. Ottocento civili circondati, prigionieri. Non è successo niente. Non abbiamo nemmeno bruciato il villaggio. In seguito abbiamo trovato dei ragazzi nascosti nel bosco. Stavano morendo di fame. Così gli abbiamo dato da mangiare. Avevano un libro con loro: Come uccidono gli Ustascia. La loro propaganda è straordinaria! Abbiamo soggiornato in questo villaggio. Era strano: questi uomini, queste donne, questi ragazzi che vivevano con noi… Furono date loro delle sigarette; ci preparavano persino il caffè, il cibo… Io forse avevo ucciso il cugino, il figlio, il padre di uno di loro. E loro lo sapevano. Ma a forza di vivere insieme in quel villaggio, a forza di condividere tutto (come il cibo e i bombardamenti dei cannoni serbi), quando siamo andati in battaglia loro si sono preoccupati per le nostre vite: quando siamo tornati feriti, si sono presi cura di noi… Questo è il lato irreale della guerra.

– Così irreale come quel miliziano che [come hai affermato tempo fa] camminava da solo su una strada deserta nel ben mezzo di un combattimento…?

– Eravamo sempre vicini a Zéric: il villaggio bruciava, le case bruciavano, l’erba dei fossi bruciava… E questo ragazzo camminava con il fucile in spalla, guardando in basso, come se cercasse qualcosa fra i cadaveri: sembrava sconvolto. Non dimenticherò mai quello spettacolo. Non abbiamo osato correre il rischio di andare allo scoperto sulla strada per farlo prigioniero. Abbiamo esitato per circa quaranta secondi. Poi gli hanno sparato alla testa.

L’hai ucciso. Come mai? Forse perché, ancora una volta, eri tu il capo?

– No. Io ero solamente lì. Quando uno imbraccia il fucile, l’ altro lascia fare… Uccidere era la routine.

– E quando partivi per la “caccia all’uomo”? Anche quella era la routine?

– No. Non si può parlare di “caccia all’uomo”! Quello di cui parli tu è accaduto vicino a Mostar, dopo la morte di Thomas Linder, un mio amico tedesco. Avevamo avuto tante perdite per niente… Così siamo tornati alla nostra base. Mi sentivo malissimo con me stesso. Dovevo fare “qualcosa”: tornare lì, distruggere un carro armato, uccidere i serbi, uccidere qualcuno. Dovevo sfogarmi, da solo, non come un ufficiale responsabile dei suoi uomini. Così siamo partiti con altri tre ufficiali a fare cecchinaggio nelle montagne intorno a Mostar. Gli altri potevano sparare a 600 iarde; io invece sono miope e dovevo avvicinarmi a 250 metri. A Mostar, l’armamento serbo era impressionante: ogni centimetro di terreno era ricoperto da una mitragliatrice. Dovevi sbrigarti, sparare e andartene, prima di iniziare ad eccitarti. Avanzavamo di notte, tra le case fino ai bordi del fiume Neretva; c’eravamo nascosti dietro un albero fino all’alba. Ero solo, di fronte alla morte, la mia morte. Non siamo rimasti lì a lungo… Otto giorni al massimo.

Quanti uomini hai ucciso?

– Sei o sette. Tre, li ho visti. Gli altri sono caduti. Morti? Non lo so. Erano tutti militari: una sentinella, un soldato sulla torretta del carro armato, un altro intento a riparare un motore…

Per ognuno di loro [come hai affermato tempo fa] hai atteso che ti guardasse prima di sparare. Come mai?

– Non lo so. A quel tempo, forse avrei potuto risponderti. Oggi non lo so…

Membri dell’HOS (Croazia, 1991)

– Hai sparato a dei civili?

– No, mai. A Mostar, quando facevamo la guardia alla città, vedemmo un gruppo di profughi che veniva colpito dai cecchini serbi “dormienti”, cioè tiratori che si erano rinchiusi negli edifici. Nascosti nei palazzi, stavano uccidendo uomini, donne e bambini. Per niente! Non vi era alcuna ragione militare per farlo. E questo rappresentava una disastrosa contro-propaganda. Ne avevamo avuto abbastanza, così abbiamo chiesto nuovi volontari, e per quindici giorni abbiamo girato per edifici e uffici, sfondando centinaia di porte. Fu molto pericoloso, perché il nemico può spararti e vederti passare dai tetti, dai corridoi, dai lucernari. Abbiamo catturato circa quindici cecchini, uomini e donne. Il mio gruppo ne aveva presi tre. Uno è stato ucciso perché aveva sparato [a uno di noi]. Gli altri due furono consegnati ai croati.

– Il loro destino?

– Gli hanno portati velocemente in fondo al caseggiato… La guerra in Bosnia era ancora più selvaggia che in Croazia.

– Una volta hai scritto «Oggi sono felice di aver ucciso».

– Si, l’ho detto. All’inizio della guerra ero venuto per aiutare le persone, per difendere e non per attaccare, forse per dare la vita, non per uccidere. Poi perdiamo un amico, e così vogliamo vendetta, uccidiamo e siamo felici.

– Alla fine, hai sparato anche ai Caschi Blu delle Nazioni Unite…

– Loro sono arrivati nel momento sbagliato della guerra. E [sono venuti] per avallare un confine, non certo per respingere i serbi. E pretendevano di essere dei liberatori! Non sono stati accolti molto bene. In televisione, la CNN ha trasformato un evento irrilevante [quale era la sparatoria coi Caschi Blu] in uno scaldalo assoluto, affermando che stavamo massacrando gli abitanti delle città circondate. Ma la gente era convinta che ci fossero più bambini morti con una pallottola in testa che vittime dei Caschi Blu! A Mostar, gli osservatori si sono frapposti fra noi e i serbi. La nostra unica possibilità era infiltrarci nello loro linee. Così abbiamo iniziato a sparare alle jeep dei Caschi Blu. Non agli uomini. Ma ai veicoli. Era il “grande gioco” a Mostar. Loro hanno capito subito, e così se ne sono andati, di notte, con gli ultimi veicoli rimasti, dimenticando scorte di indumenti e caschi dell’ONU.

Voi stessi non eravate benvenuti, no?

– Zagabria stava cercando di cancellare la guerra, di cancellarne le tracce, di riprendere gli affari. Io, ufficiale, non uscivo più in divisa, pena l’arresto (vi era polizia militare ogni duecento metri). Noi, gli stranieri, eravamo d’intralcio. I dirigenti di Zagabria volevano dimenticare la Bosnia. Pensavano solo alla ricostruzione, e alla seconda guerra in Croazia: la guerra di riconquista, che presto comincerà.

Perché hai abbandonato?

– Sono stato ferito quattro volte: un razzo, un mortaio, il crollo di un edificio, il coma, le schegge nel mio corpo… Ero esausto! François era appena stato ucciso, avevo bisogno di ossigeno, così sono tornato in licenza a Parigi. Una sera, ero in macchina con un amico, eravamo ubriachi e siamo passati col semaforo rosso. Così abbiamo fatto un incidente. Mi sono rotto un ginocchio e ho zoppicato per un anno. Le acrobazie erano finite. Fu un incidente d’auto a fermarmi. Strano…

– Altrimenti?

– Potrei essere già tornato in Croazia. Chi lo sa?


di Jean-Paul Mari

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