“Cancel Culture” e senso di colpa. Quando il politicamente corretto cancella la Storia

Nel limo impestato del politicamente corretto, si sta sempre più delineando quel «fenomeno orrendo» – come ha dichiarato il filosofo Diego Fusaro – che si riassume nella cosiddetta Cancel Culture, ossia la volontà di cancellare il passato, o, meglio, quel passato “scomodo”, “fastidioso”, non in linea con l’attuale paradigma dominante e divergente dagli standard liberal-democratici imposti dall’élite massonica di Bruxelles e Washington.

Shakespeare diviene quindi razzista, così come Omero, Mozart e molti altri personaggi storici, le cui opere – secondo i nuovi esperti della political correctness – meritano di essere cancellate per sempre.

«Attento a quel che dici, perché appena mi deludi ti cancello. Ti blocco, ti defalco, ti depenno, o – che l’Accademia della Crusca ci perdoni tutti – ti “unfriendo”», scrive la Trecanni, al fine di far comprendere il clima allarmante imposto da questa Cancel Culture, il cui obiettivo in sostanza è quello di conformare l’arte e la cultura al politicamente corretto, eliminando quel passato oggi considerato anacronistico, quindi sgradito.

Dietro a queste prerogative “iconoclastiche” di matrice ultra-progressista, si cela tuttavia il profondo desiderio di condizionare, attraverso una nuova maniera di interpretare il passato, la società attuale e del futuro.

Secondo il giornalista francese Jacques Ploncard d’Assac, è possibile infatti «modificare il presente e l’avvenire secondo il modo di vedere il passato». «La storia futura», afferma d’Assac, «si scrive sotto la luce del passato… Si può anche dire che la politica dipende interamente da come si insegna la storia».

Da qui, l’importanza di “alterare” o reinterpretare il passato, per modificare il presente e il futuro secondo i nuovi parametri del politicamente corretto. Ecco la vera essenza della Cancel Culture: l’allineamento ideologico-culturale!

Ma v’è di più. Fabio Andriola, direttore di Storia in Rete, in un prezioso slancio intellettuale degno di essere riportato integralmente, si è spinto oltre, accostando la Cancel Culture al tragico fenomeno della globalizzazione, in particolar modo alla «globalizzazione del senso di colpa», designando un quadro d’insieme alquanto drammatico, che preannuncia un futuro senza Dio, né identità, in cui il passato sarà modellato e interpretato a piacimento dai sacerdoti della political correctness:

La globalizzazione non ha, anzi, non tollera confini. Né quelli geografici, né quelli ideali. Siamo nell’Età della Globalizzazione e insieme ai container che spostano tonnellate di merci da un capo all’altro del mondo ci sono anche altre cose che si muovono ancora più velocemente: le idee. Idee legate sempre più spesso ad analisi superficiali del passato. La Cancel Culture con la quale ci confrontiamo ormai quotidianamente con le sue intolleranze, le sue ipocrisie, le sue forzature, è stata preparata ed è accompagnata ad esempio dalla “globalizzazione del senso di colpa”. Il “senso di colpa” è il vero virus letale del nostro tempo, strumento perfetto di una “dittatura del pensiero” che tenta in ogni modo di imporsi. Quello che sta maturando in questi anni è un processo iniziato molto tempo fa e che ha avuto nel “mitico ’68” uno dei suoi snodi fondamentali. Con l’affermarsi delle istanze di libertà e anarchia – etica, sociale e politica – si è affermata anche una classe dirigente, politica, intellettuale e imprenditoriale che, dagli anni Settanta, ha promosso e promuove in ogni modo idee e concetti funzionali alla nuova era, che dovrà essere senza confini, senza nazioni, senza identità culturali strutturate, senza religioni. Tutti presunti ostacoli alla pace universale: così vengono presentati sulla falsa riga di una delle canzoni di maggior successo – e anche tra le meno capite – degli anni della contestazione giovanile di ormai oltre cinquant’anni fa. Il riferimento è ovviamente a Imagine di John Lennon (1971), in cui, appunto, si immaginava un mondo senza nazioni, confini, proprietà private: un’umanità fatta di “cittadini del mondo”, capace di guardare in alto solo per contemplare il cielo e vivere in pace. Senza farsi troppe domande, senza troppi dubbi su un passato che veniva rapidamente ridisegnato, reinterpretato e spesso anche reinventato.

Parole forti, che meritano senza dubbio di essere condivise. Pertanto, sorge spontaneo chiedersi: dove ci porterà questa Cancel Culture? Quale passato sarà cancellato domani?


Di Javier André Ziosi

Un commento

  • Molto interessante il paragrafo di d’Assac, secondo il quale il modo di vedere il passato influenza presente e futuro. Complimenti…

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